top of page

La moda può essere sostenibile? Fast fashion e dintorni

Aggiornamento: 13 gen 2025




Ciao a tutti e bentrovati su Ile's Cafè.

Era da molto tempo che non scrivevo un articolo della rubrica "EcoCafè", ossia uno spazio interamente dedicato all'ecosostenibilità che affronta argomenti più specifici e che è un po' l'anima di questo blog.


Sono molto contenta dunque di proporvi oggi un argomento a mio avviso molto interessante che nasconde dei tratti oscuri e, per certi versi, anche degli aspetti positivi: sto parlando della fast fashion, modo di definire il processo produttivo di capi a basso costo che sta spopolando ormai da anni.

Scopriamo di più allora sulla fast fashion: la moda può essere sostenibile?


Cos'è la fast fashion

Sicuramente avrete sentito parlare di aziende come Shein, Zara, H&M, ecc. Si tratta di marchi che propongono capi relativamente a basso costo, perfetti per accontentare tutti i tipi di tasche e tutte le età. Il fatto di portare i modelli e le ultime tendenze dalle passerelle di moda più esclusive nei negozi della grande distribuzione, ha fatto sì che venissero abbattute barriere e limitazioni che certamente impedivano a chi ama questo mondo di sentirsi pienamente integrato.

Questo potrebbe romanticamente essere il lato positivo della fast fashion: abbattere muri, togliere i confini e rendere la moda ( anche quella di lusso ) davvero alla portata di tutti. I maggiori fruitori della fast fashion sono le giovani donne, le quali magari non possono o non vogliono spendere più del necessario per rinnovare frequentemente il guardaroba e desiderano avere più scelta nel proprio armadio.

Tuttavia i numeri di questo fenomeno che deve la sua nascita al primo Zara store aperto a New York nel 1989 sono impressionanti e quasi inquietanti. Ve ne parlo in questo post.


abiti disposti su appendini

Chi c'è dietro la fast fashion Solitamente le aziende che sfruttano questo meccanismo di ricambio rapido dei propri outfit trovano terreno fertile nei Paesi in via di sviluppo, dove è più facile trovare manodopera a basso costo e "di poche pretese." Questo accade in Cina, India, Vietnam, Pakistan, Marocco e Tunisia. Ed ecco come donne, ma anche bambini, si ritrovano a produrre fino a 500 capi al giorno con una paga media di 0,04 centesimi a capo. Sottoposti ad estenuanti ore di lavoro, questi lavoratori sottopagati e sfruttati operano anche per 17 ore consecutive, per produrre quanti più capi di abbigliamento possibili, che saranno poi rivenduti sulle piattaforme online o negli stores a pochi euro/dollari.

Aziende che investono in questi meccanismi privi di controllo sulle condizioni di lavoro degli operai, attirate solo dai basti costi e dalla massima resa in termini di velocità nel soddisfare il mercato sempre più esigente.


Perchè inquina

Produrre abiti in modo incontrollato e così rapido ha necessariamente delle ripercussioni sul mondo ambientale: le emissioni di Co2, lo spreco di acqua e l'utilizzo di pesticidi e sostanze chimiche usate per colorare i tessuti sono certamente gli elementi che fanno sì che la fast fashion sia dannosa per l'ecosistema ambientale. Le emissioni di Co2 Per produrre una maglietta in cotone le emissioni di Co2 sono pari a 2,2kg; più sono sintetici di materiali e più aumenta questo dato. Per garantire la rapidità negli spostamenti e una pronta risposta alla crescente domanda, la merce viaggia continuamente, aumentando così l'emissioni di gas serra: circa il 2% delle emissioni totali è imputabile alla fast fashion.


cumuli di vestiti

Le risorse idriche Questo è probabilmente l'anello più spinoso di tutta la faccenda: le risorse idriche sono minacciate tantissimo dalla produzione incontrollata di abiti, poiché per produrre anche solo una semplice maglietta vengono consumati circa 2.700 litri di acqua. Secondo una stima del rapporto "Global Fashion: green is the new black", il quantitativo di acqua consumata per realizzare una maglietta è pari a quello che beve in media una persona occidentale in 3 anni. Per realizzare un paio di jeans, invece, si consumano circa 7000 litri di acqua: sono numeri da capogiro, che fanno impallidire, se pensiamo a quante popolazioni sono piegate dalla scarsità di acqua, o quanta siccità c'è nel pianeta e che minaccia costantemente foreste ed ecosistemi.


Il 20% dello spreco di acqua globale è andato proprio dalla fast fashion; non solo acqua sprecata, ma anche inquinata: nei fiumi e terreni in prossimità delle fabbriche vengono scaricati pesticidi e sostanze tossiche usate prevalentemente per la colorazione dei tessuti. Acqua che finisce anche nelle falde acquifere e compromette irrimediabilmente il pianeta Terra.


discarica di vestiti in Cile










Dove finiscono i capi che non servono più? Capi difettosi, rotti, rovinati, finiscono nelle discariche a cielo aperto del mondo: è noto il deserto di Atacama, in Cile, divenuto ormai il cimitero della fast fashion. Paradisi naturali che diventano giganteschi container di abiti dismessi, fuori produzione.

Persino dallo spazio è stato possibile vedere l'immensità della discarica di abiti che si trova in Cile. Stessa situazione troviamo anche in Ghana, dove i rifiuti confinano con il mare e creano cumuli di vestiti che si mescolano ormai con il paesaggio circostante.


vista dallo spazio della discarica in cile

Come si arriva a ridurre un deserto così vasto in una discarica di rifiuti? Il Cile si è ormai specializzato nel ritiro di tutta la merce della fast fashion invenduta in Europa, Stati Uniti, Canada e Asia, a prezzi modici e con l'intento di rivendere questi capi nell'America Latina. Ciò che non si vende, dunque, viene trattato come un rifiuto qualunque e smaltito in modo non regolare nel deserto di Atacama. A peggiorare una delicata situazione vi è anche la frequenza con la quale vengono appiccati incendi in quest'area, che sprigionano sostanze nocive nell'atmosfera bruciando i tessuti.


Le alternative

Sostituire la fast fashion con una realtà più sostenibile si può: scegliere capi di seconda mano, vintage, permette al ciclo vitale di un indumento di proseguire il suo percorso. Non siamo più abituati a sistemare i nostri vestiti e a trattarli con cura e amore, pensiamo che aver pagato poco un indumento giustifichi il maltrattarlo o peggio, il buttarlo via quando non abbiamo più voglia di indossarlo. Vi sono tanti modi per contrastare questo fenomeno della fast fashion: comprare in maniera oculata, senza farsi prendere dall'impulso di acquistare l'ultimo modello di un capo che magari indosseremo solo una volta; oppure regalare quello che non indossiamo più o ancora possiamo usare una delle piattaforme di vendita online di capi second hand ( la più famosa è certamente Vinted, hai già dato un'occhiata al mio armadio? ).



Un ulteriore aiuto ci arriva dal mondo beauty: sapevi che esiste una scienza che ti aiuta a scoprire quali sono i tuoi colori amici e quindi scegliere solo in base a ciò che ti valorizza? Si chiama armocromia e te ne parlo in questo post!


Evitare di acquistare da questi grandi marchi che favoriscono la fast fashion resta comunque il miglior modo per aiutare il pianeta.


Al prossimo EcoCafè e buon shopping sostenibile!










2 commenti


tea.vadala
19 gen 2024

In una semplice lettura ho scoperto di non sapere un sacco di cose! Era ora che qualcuno scrivesse cose utili e non le solite sciocchezze. Grazie! Articolo interessantissimo☺️ad maiora

Mi piace
Ilenia Melodia
Ilenia Melodia
19 gen 2024
Risposta a

Mi fa tanto piacere averti permesso di scoprire un mondo di cui si parla - purtroppo!- così poco!🌿

Ad maiora 🍀

Mi piace
logo blog sfondo verde con scritta a mano
  • Instagram
  • discussioni
  • Facebook
  • YouTube
  • TikTok

©2024 by Ile's Cafè
Creato con Wix.com

bottom of page